Avere un villaggio di sostegno è un lusso riservato a poche mamme?

Aggiornato il: giu 24

In molte culture la mamma che ha appena partorito ha il “privilegio” di essere accudita dalla comunità in cui vive.


I modi per accudire la madre dopo il parto variano molto da un posto all’altro ma spesso includono:

  • un periodo più o meno lungo (in genere dai 20 ai 40 giorni) di #riposo totale della madre, che trascorre questo tempo a letto con il bambino appena nato per prendersi il tempo di avviare l’allattamento, “scoprire” il suo bambino, e iniziare a conoscerlo: ogni bambino è diverso e ha delle richieste diverse, cosa che può spiazzare a volte una mamma che non è al primo figlio perché pensa di avere già un’idea di come andrà ma si ritrova invece con un bambino che ha delle richieste e dei comportamenti molto diversi da quelli dei suoi fratelli e sorelle

  • #cibo sano e nutriente cucinato da altre persone per la neomadre

  • una #comunità che si prende cura della casa, dei figli più grandi e del neonato stesso (lavarlo, cambiarlo, accudirlo in alternanza con la mamma)

  • “stare al caldo”, che può esprimersi sotto varie pratiche come l’obbligo di stare a letto, il divieto di lavarsi, bagni di vapore vaginali, belly-binding, ecc. Tutte cose che potrebbero sembrare prive di senso ma che hanno tutte lo stesso scopo: impedire alla madre di alzarsi, non per cattiveria, ma perché una mamma che trascorre le prime settimane di post-parto a letto con il suo bambino è una madre che riuscirà ad affrontare meglio i mesi successivi che sono quelli più impegnativi, quando il bambino piangerà di più perché starà più sveglio ma avrà molti bisogni.



Lasciando perdere eventuali obblighi e divieti che non appartengono alla nostra cultura, come può una mamma concedersi di occuparsi “solo” di se stessa per i primi 40 giorni dopo il parto - del suo corpo che attraverso le lochiazioni le segnala di dover stare a riposo, e delle sue emozioni che sono legate all’esperienza molto recente del parto e a quella quotidiana dell’allattamento o dell’accoglienza del bambino - nel momento in cui il suo compagno è tornato al lavoro e la famiglia è lontana?


Nella nostra cultura si associa molto spesso il concetto di accudimento, di avere delle persone che si prendono cura di te, con la fortuna di avere:

  • i propri genitori vicini

  • risorse economiche sufficienti per pagare una colf, una tata, una doula...


Avere a disposizione qualcuno per pulire la casa, per consegnarci pasti sani e nutrienti, per occuparsi dei bambini, è quindi una cosa riservata solo a chi se lo può permettere, in un periodo della vita in cui il budget familiare è già messo a dura prova e in cui probabilmente non è pensabile potersi concedere questi servizi? Può bastare l’invito ai parenti e amici a regalare servizi anziché oggetti per la nascita del bambino?


In realtà, i modi per costruire il tuo #villaggio di sostegno per il post-parto se non hai la famiglia vicina sono 3:

  1. i soldi

  2. politiche sociali a favore delle famiglie, che riducano il divario tra le famiglie più agiate e quelle che lo sono meno

  3. il più importante: un cambio di mentalità.

Molte donne si sentono in imbarazzo, si vergognano e hanno paura a CHIEDERE. Chiedere #aiuto senza vergogna è una cosa mentalmente molto difficile da fare oggi nella società in cui viviamo. Eppure, è la cosa che può avere il maggiore impatto sulla nostra capacità a vivere con più gioia e gratitudine non solo il periodo del post-parto ma anche tutta la prima infanzia dei nostri bambini, periodo molto denso, che richiede molto del nostro tempo e della nostra disponibilità, e che non possiamo pensare di affrontare senza un rete di mutuo sostegno. Nella mia esperienza come mamma, penso di avere avuto la “fortuna” di avere una bella #rete di mutuo sostegno quando mia figlia era già un po’ cresciuta, più o meno dai suoi 3 anni in su, mentre il periodo precedente è stato devastante da tanti punti di vista.


Questione di tempo e fortuna? No. È che una volta che mi sono accorta che il modo in cui avevo iniziato non funzionava, mi sono data da fare per cambiare la mia situazione. In effetti, non avevo la famiglia vicina, quindi dovevo per forza crearmi una mia “famiglia” qui, ed è stato soltanto quando ho imparato ad entrare maggiormente in contatto con altre mamme - che tra l’altro avevano gli stessi #bisogni miei perché tutte le mamme lontane dalla famiglia hanno gli stessi bisogni - che finalmente sono fiorita come mamma e rifiorita come persona.


Non è stata una cosa immediata, ma il mio cambio di mentalità fece subito una grande differenza: intorno a me ho trovato sempre tante persone felici di dare una mano, di darmi le informazioni che cercavo o di trascorrere una giornata insieme per il tempo di una breve gita con i bambini. E poi ho legato in modo particolare con chi apprezzava come me di condividere un pasto, o meglio ancora scambiarci porzioni di cibo cucinate doppie, una telefonata per sapere se avevo bisogno di qualcosa, scambio di baby-sitting, ecc.


Ma tutto questo non avvenne come per incanto, è stato proprio il liberarmi dal sentimento di vergogna e imbarazzo ad aiutarmi. Vergogna e imbarazzo peraltro non giustificati perché ho capito poi che il mondo è pieno di gente che gradisce molto di poter essere di aiuto, perché questo ci fa stare bene, e infatti poi ho potuto ricambiare mostrandomi a mia volta disponibile nei confronti di altre persone.


Fare questo cambio di mentalità richiede il coraggio di provare e di accettare che quello che ricevi da una persona, non necessariamente potrai ricambiarlo con la stessa persona. Devi accettare che a volte non potrai dare nulla in cambio, ma ti ricorderai dell’aiuto ricevuto e questo ti permetterà in futuro di dare a tua volta a un’altra persona senza aspettarti nulla in cambio: ricevi dalla comunità e dai alla comunità.

Se questo argomento ti interessa e vuoi approfondire, fammelo sapere. Mi farà piacere condividere quello che so e le mie esperienze in merito.



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